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PRIX BALLET2000
Cannes, Palais des Festivals
2016

Nel 2004, primo anno del Premio istituito dalla rivista BALLET2000 il “Premio alla Carriera” fu attribuito a Maya Plisetskaya. La grande artista (79 anni all’epoca) volle danzare l’assolo Ave Maya che Maurice Béjart aveva creato per lei. L’aveva accompagnata a Cannes suo marito Rodion Schedrin (uno dei maggiori compositori russi della sua generazione). Si trovò nel Palais des Festivals di Cannes un pianoforte a coda e Schedrin, in scena, suonò le note dell’Ave Maria di Gounod (col cellista Luis Felipe Serrano), mentre Maya, elegantissima nel costume disegnato per lei da Pierre Cardin, danzava semplici passi incoronati dai suoi magnifici ports de bras, maneggiando due ventagli “alla giapponese”.
Sulla stessa scena del Palais des Festivals di Cannes, il 31 luglio 2016, il Prix BALLET2000 è stato dedicato alla memoria di Maya Plisetskaya, scomparsa recentemente. Rodion Schedrin è stato l'ospite d'onore dell’evento.
I Premi sono stati attribuiti agli artisti individuati in base alle“nominations” espresse dalla giuria, composta da critici ed esperti di danza tra i più noti al mondo, tutti collaboratori di BALLET2000.
Spicca il “Premio alla Carriera”, a una personalità che abbia compiuto appunto una carriera di straordinaria rilevanza nell’arte della danza. Quest'anno è venuto a Cannes per ricevere il premio Hans van Manen, il grande coreografo olandese la cui opera ampia e multiforme, rigorosa e aperta al tempo stesso, ha esercitato un’influenza profonda su tutto il balletto europeo degli ultimi decenni.
Sono stati istituiti in questa edizione 2016 tre speciali “Premi MAYA” che sono stati consegnati a Diana Vishneva, stella del Balletto Mariinsky di San Pietroburgo e dell’American Ballet Theatre di New York – ad Aurélie Dupontétoile del Balletto dell’Opéra di Parigi e nuova direttrice della compagnia stessa (che ha danzato con Alessio Carbone, pure dell'Opéra) – e Friedemann Vogel, danzatore principale del Balletto di Stoccarda e étoile ospite di grandi compagnie di tutto il mondo.
Il Prix BALLET2000 è tuttavia conferito essenzialmente a danzatori che si sono messi in luce nelle ultime stagioni di importanti compagnie internazionali. Nell'edizione 2016 erano: Óscar Chacón e Kateryna Shalkina (Béjart Ballet Lausanne), Viktoria Tereshkina e Vladimir Shklyarov (Teatro Mariinsky, San Pietroburgo), Osiel Gouneo (English National Ballet, con la sua partner Jem Choi), Virna Toppi e Jacopo Tissi (Teatro alla Scala, Milano), Sergio Bernal (Ballet Nacional de España), Davide Dato (Opera di Vienna), Maëva Cotton e Alessio Passaquindici (Ballet Nice Méditerranée, Opéra de Nice), Anjara Ballesteros (Ballets de Monte-Carlo, col partner Lucien Postlewaite).
Inoltre, un riconoscimento speciale è stato consegnato a “Forceful Feelings”, un singolare gruppo di danzatori armeni, tutti uomini, primi ballerini in compagnie internazionali ma impegnatisi a far conoscere al mondo il balletto del loro paese. Si sono presentati a Cannes con le loro partners di diversa provenienza; i nomi : Sarah-Jane Brodbeck, Arman Grigoryan, Vahe Martirosyan, Arsen Mehrabyan, Galina Mihaylova, Tigran Mikayelyan, Mia Rudic.
Tutti i danzatori si sono esibiti, per il pubblico e i critici convenuti a Cannes, sul palcoscenico del Grand Auditorium del Palais des Festivals, nel corso della serata di gala (con la direzione artistica di Irma Nioradze (étoile del Mariinsky) che si è conclusa con la consegna dei premi.

Giuria 2016 :
Erik Aschengreen, Leonetta Bentivoglio, Valeria Crippa, Clement Crisp, Gerald Dowler, Elisa Guzzo Vaccarino, Marc Haegeman, Anna Kisselgoff, Kevin Ng, Jean Pierre Pastori, Emmanuèle Rüegger, Roger Salas, Sonia Schoonejans, René Sirvin
Coordinateur du Jury : Alfio Agostini (directeur de BALLET2000)

L’evento è una co-produzione Askaneli Art, VisualClassics, Palais des Festivals de Cannes et BALLET2000, col sostegno di ROSATOM.

www.rosatom.com

 


Hans van Manen, Premio alla Carriera

Nel panorama coreografico europeo del XX secolo, Hans van Manen (84 anni) ha una grandezza sua propria. Una carriera lunga 60 anni (la sua prima coreografia è del 1957) mostra un percorso ricco di esperienze e di risultati artistici.
La sua formazione professionale è il riflesso di un’epoca. Cercando un maestro, come tutti, fu allievo di Sonia Gaskell che era stata con i Ballets Russes di Serge de Diaghilev e si era poi stabilita ad Amsterdam. Il giovane van Manen danzò nei gruppi della Gaskell che – come dice lui stesso – trasmetteva la scuola russa in modo puro e insisteva sulla pulizia dell’esecuzione fino all’eccesso, ma al tempo stesso sosteneva un’idea del balletto astratto (specialmente George Balanchine) che segnò lo sviluppo del balletto moderno olandese.
La complicata fondazione del Nederlands Dans Theater vide poi van Manen a capo della nuova compagnia insieme a Benjamin Harkavy; ed è lì che cominciò a realizzare le sue idee creative molto legate alla musica, all’inizio con Manuel Ponce e Arthur Honegger, ma lavorò anche sul sinfonismo classico. La curiosità della giovinezza lo portò anche al cabaret, alla commedia musicale e alla televisione. La parte itinerante della sua carriera lo ha visto collaborare poi con diverse compagnie come lo Scapino Ballet, il Balletto di Düsseldorf e quello dell’Opera di Monaco di Baviera, ponendolo in un’amichevole “concorrenza” (per quanto distante) con il fenomeno di John Cranko a Stoccarda.
Dal 1970 si è dedicato solo alla coreografia come free-lance ed è da allora che il suo stile è andato disegnandosi con più chiarezza. La sua passione per Igor Stravinsky, Claude Debussy o Maurice Ravel produsse pezzi di grande peso estetico e qualità creativa. Se c’è una scuola olandese di coreografia moderna essa è in gran parte uscita o si è evoluta dall’opera personale di Van Manen. Questo è evidente quando vediamo il lavoro del cèco Jirí Kylián che si formò proprio in Olanda e all’ombra dell’estetica di Van Manen; e, pur in misura minore, questo si può dire anche dello spagnolo Nacho Duato, ma anche di un coetaneo di Van Manen, Rudi van Dantzig; ma in quest’ultimo caso si tratta più di influenza reciproca: mentre Van Dantzig è più cerebrale e oscuro, Van Manen è più “liberato” ed espansivo, e spesso con un certo umore sarcastico.
Uno dei suoi pezzi più famosi ed entrati nel repertorio internazionale è Adagio Hammer-klavier (Beethoven) in cui le coppie stabiliscono un forte gioco di dipendenza e tensione fisiche; questa opera si pone al culmine dello stile di van Manen e possiamo considerarla come il suo decalogo estetico.
In molti sensi, Van Manen è un Olandese tipico e il suo carattere può sorprenderci: c’è qualcosa di aspro e sconcertante per noi nelle sue maniere, però poi tutto si addolcisce nel linguaggio della scena, dove c’è sempre, nel fondo, un ideale di armonia, non solo negli sviluppi simmetrici, ma anche nella struttura musicale molto accentuata.
L’opera di Van Manen si è sviluppata nell’Europa degli anni ‘60 e ‘70, che dimenticava definitivamente la guerra e l’orrore nazista, attraverso forme artistiche plastiche e “colloquiali”, immediate, che il pubblico riceveva e assimilava direttamente senza troppi cerebralismi. Van Manen cerca nei movimenti quotidiani, nei comportamenti sociali, questioni semplici che una volta stilizzate passano nel suo vocabolario, nel suo fraseggio e nel suo stile. Era anche il momento della rivoluzione sessuale, e uno dei primi Paesi in cui si parlò apertamente di libertà sessuale fu proprio l’Olanda. Van Manen era sensibile a questi cambiamenti sociali profondi che rompevano le rigide barriere della morale calvinista. Nelle sue coreografie il sesso c’è: il pas de deux tra due uomini, il nudo integrale di donne e uomini, in una visione erotica senza timori e senza falsi pudori.
Un altro terreno sul quale possiamo citare Van Manen come un vero pioniere in Europa è l’uso del video come oggetto coreografico. Nel 1970 creò Mutations insieme a Glen Tetley (musica di Karlheinz Stockhausen) che può essere considerato il più importante esperimento formale di tutto il decennio; e nel 1979 fu la volta del suo Live, un’esperienza aperta al pubblico di Amsterdam in cui un cameraman inseguiva letteralmente una danzatrice mentre eseguiva un assolo; la videoripresa dal vivo era proiettata al tempo stesso su un grande schermo. Queste ricerche furono rafforzate negli stessi anni dal lavoro congiunto con pittori importanti, quasi sempre di tendenza astratta.
Oltre che coreografo, Van Manen è anche un celebre fotografo. Sue immagini sono state esposte in gallerie e musei di tutto il mondo. Spesso si è servito dei propri danzatori come modelli: se all’inizio i danzatori sono stati l’argilla per modellare la sua coreografia, poi nelle sue foto Van Manen li ha collocati in una dimensione statuaria, come congelati nel tempo, a volte nudi e in pose provocanti. Ma sempre in un’estetica del corpo come plastica sublime e superiore, la stessa che persegue nella raffinata elaborazione della sua materia coreografica, lui, da vero creatore di forme in movimento.
Roger Salas